e le assenze sono la colpa indelebile, il vizio della forma, il riflesso del peggio, il difetto insopportabile, gemello, in te e me. un peccato originale in replica, costante. e l'arcano del tuo odore non lascia le spoglie di quest'attesa. negl'occhi che sono la polpa da divorare seduta qua, in una stazione, su un treno, nel viaggio ininterrotto tra due vite parallele, la forma pregante delle tue braccia domina. nel vuoto da lasciare rimetto la solitudine sopportata, da sopportare. la pazienza che non può bastare, piegata come un origami. ricordi l'arrivo? il sollievo cronometrato delle effusioni. assapori il distacco? quando da sentore diventa intossicazione? con le dita conto, i riferimenti tattili, sonori, visivi, un sottrarre, un ammontare infinito di indizi. e il sollievo è qualcosa di rimandabile, una certezza da raggiungere mordendo il tempo, allungandomi verso te, fino all'estasi rosea delle tue labbra e dimenticare..il male, l'avere, l'avaro, il sonno, il senno..
nè bianco, nè nero. è fumosa la linea che percorro. più facili le scuse postume del tentativo di capire. nello sfinimento le fibbre morali allentano la pazienza. appesa a un filo nuoto nel vuoto, tendendomi nella nebbia. nell'attesa costante di un risveglio significativo l'indaco irradia la stanza, sorrisi in sordina.
Ofelia è un suono morboso e confuso, inonda le stanze, esorcizza la paura della morte. una voce raschiata e l'attesa, aggrappata sullo stipite dell'uscita. il ghiaccio scende, Ofelia è muta, sull'orlo di un bicchiere di latte versato guarda il sole da oltre le palpebre chiuse, chiazze di assoluta luce. la felicità, probabilmente. la speranza a cui sacrificare tutto il fiato, le ghirlande di gelsomino, le vertigini. e nelle mani tenersi stretti..
come cacciarsi fuori una spada dalla gola. solo che invece che una spada è una carota, affusolata e radicata nell'esofago. con tutto un dolore che dalla semplice percezione del fastidio non era prevedibile. e il dolore invade ogni alveolo, ogni capillare, le terminazioni nervose del gusto, i nervi del collo in uno spasmo, nella sua eco. il sangue riempe gli occhi, la testa colma ribolle e cieca scatena la sua rabbia nei latrati di una bestia sgozzata. la carota strappa pezzi di carne, il riflesso del conato mai così vivido, invade il sangue con la sua esigenza di spazio. e l'aria manca nell'ultimo gesto teatrale, quando la carota è ormai fuori e sull'applauso finale mi chino a dedicare il vomito alla memoria del latte versato.
si addormentarono sorridendo. ed è per cancellare i sorrisi delle coppie addormentate che satana ha addestrato i galli a cantare alle cinque del mattino. Tom Robbins - Profumo di Jitterbug
nel sapore rancido dello scendere a patti nulla passa più in sordina. e tutta la pratica nel fingere, nel non dar peso, mi si rivolta contro, ora, alla mia prima volta alla roulette russa. e masticare i polsi non dà più sollievo. e le rime straziate macinano la rabbia, rendendola impalpabile, sedimentale. troppa fede maldisposta nell'empatia, di ben nota vocazione è il suo talento di baldracca..e ribolle l'aria all'incipit del massacro, a lady macbeth saprò leccare le mani, lo giuro. e un latrato cupo esce da vanità, la gola violata dalle unghie di un orgoglio redivivo. e dimmi che sarà una buona notte, arrampicata a cercare incubi paranoia scomoda passati raguardevoli di abissi racchiusi tra due amanti, in un letto tascabile. e sparo con cerbottane a una rabbia che è al di là di venire, costantemente, a narcotizzare il furore.
sgranocchiando melograne nel buio. i semi sotto ai denti come i pensieri. il rosso a riempire i solchi del freddo, sulle labbra. e la contrazione dell'anima intorno agli spigoli si attenua, liquida. nulla che il tuo sguardo non possa mutare, dentro me. e la distanza dal sole non rende più freddi i giorni, solo più forte il desiderio di un altro giorno e un altro e un altro..vivo nella cocente luce di una certezza romantica. aggrappata al cuore vanità intreccia ai capelli una girandola, ora anche l'alba sa commuoverla. orgoglio le abbraccia le gambe, insediato da una sincerità senza pudore è impasto di pane. una crisalide precoce nel vento avvampa per la musa..sorrido.